Rassegna Stampa

Enza La Fauci Messina
“Il Faro per riscoprire le radici della Sicilia...
Articolo su DEVINIS di Luigi Salvo, noto sommelier abilitato relatore e degustatore ufficiale A.I.S.


Sulle colline che si affacciano sullo Stretto di Messina in una lingua di terra chiusa tra il Mar Tirreno e il Mar Ionio nasce la denominazione d’origine controllata Faro. Il suo nome pare derivi dall’antica popolazione greca dei Pharii, che colonizzarono gran parte delle colline messinesi, svolgendo attività agricola e in particolare dedicandosi alla coltivazione delle vigne, o verosimilmente da Punta Faro o Capo Peloro, posta all’estremità dello stretto. La sua zona di produzione si sviluppa nel solo comune di Messina, proprio dal faro di Capo Peloro ai piedi del Monte Poverello, verso sud-est. Quest’area della Sicilia vanta un’antichissima vocazione vitivinicola, il vino Faro, infatti, era prodotto già in età Micenea (XIV secolo a.C.). Numerose testimonianze sono riconducibili a un’importante attività vitivinicola già dall’epoca greca, per arrivare fino al XIX secolo in cui furono davvero notevoli il commercio e l’esportazione di vino Faro in molte regioni della Francia, allora utilizzato come vino da taglio dei vini di Borgogna e di Bordeaux, in concomitanza con gli attacchi di fillossera che interessarono il Nord Europa e la Francia in particolare. Nell’intera provincia di Messina nel 1848 in totale gli ettari coltivati a vite erano 18mila, nell’ultimo decennio dell’Ottocento raggiunsero i 40mila e la produzione annua di vino arrivò a 500mila ettolitri. Oggi gli ettari vitati a uva da vino nella provincia sono 900, ma proprio questo basso picco ha contribuito alla svolta della viticoltura messinese verso la qualità. Il Faro ha ottenuto il riconoscimento Doc nel 1976. Il disciplinare prevede l’utilizzo di Nerello Mascalese dal 45 per cento al 60 per cento, Nerello Cappuccio dal 15 al 30 per cento, Nocera dal 5 al 10 per cento ed eventuale aggiunta di Nero d’Avola e/o Gaglioppo e/o Sangiovese e/o altre uve a bacca rossa autoctone (massimo 15 per cento). La biodiversità dei vitigni autoctoni siciliani è un grandissimo patrimonio, alcuni di questi però non hanno grande plasticità e allevati al di fuori delle aree d’elezione non danno gli stessi risultati. Il Nerello Mascalese e il Cappuccio si esprimono al meglio nel particolare terroir vulcanico dell’Etna e riescono anche a offrire interessanti vini nella zona messinese del Faro, ove i terreni di coltivazione sono bruni, leggermente acidi e tendenzialmente compatti alle quote maggiori dei Nebrodi e dei Peloritani meridionali, alluvionali e generalmente molto fertili lungo la fascia costiera del litorale di Milazzo. In realtà la Doc Faro, dopo qualche anno dalla sua nascita, negli anni Ottanta era prodotta in esigua quantità, esisteva in pratica solo sulla carta. Agli inizi degli anni Novanta il gran merito di aver lungamente lottato per mantenerla in vita e rilanciarla in quantità e qualità va dato a un produttore illuminato, l’architetto Salvatore Geraci. Spinto da Gino Veronelli a produrre un grande vino dalle sue vigne, cercò di comprendere al meglio il suo materiale esistente, alberelli con oltre settant’anni di vita. In quel fazzoletto di terra collinare che si affaccia sullo Stretto di Messina, dove la viticoltura andava scomparendo, vi erano terreni con paesaggi mozzafiato, dove la pendenza che supera il 70 per cento ha imposto la costruzione di numerosi terrazzamenti, strie di muretti a secco che definiscono le colline. Nel 1990 Salvatore Geraci per il suo Faro Palari sceglie l’enologo Donato Lanati.
Il vino va in bottiglia senza chiarifiche e filtrazioni, la malolattica è svolta in barrique dove il vino permane dai 12 ai 18 mesi. Per quattro anni il vino prodotto non viene commercializzato, la prima vera annata è il 1995. Dal successo del suo vino parte la rinascita dell’intera denominazione. Grazie a questo impulso negli ultimi anni diverse aziende hanno scommesso sul valore di questa Doc che oggi può vantare anche un Consorzio di tutela, nato sette anni fa e che raggruppa quindici associati. Il presidente Francesco Giostra Reitano, anch’egli produttore, unisce e coordina le aziende facendo squadra allo scopo di valorizzare, promuovere e tutelare gli interessi relativi al piccolo comparto della Doc Faro. È una delle denominazioni siciliane più piccole. Oggi gli ettari vitati iscritti all’albo dei vigneti a Doc sono venticinque, ma è un’ottima espressione dell’autoctonia siciliana e proprio per questo ha un gran valore aggiunto. I produttori che oggi s’impegnano nella sua valorizzazione, alcuni anni fa hanno scelto di non estirpare gli antichi vitigni locali per fare posto agli internazionali in grado di globalizzare la produzione e facilitarne la commercializzazione, ma di dare invece una forte spinta a un’anima locale non del tutto espressa, attraverso il recupero di antichi vigneti e il reimpianto di nuovi. I vignaioli del Faro cercano di raccontare il loro territorio in maniera diretta, evitando il filtro della manipolazione enologica. La comune parola d’ordine in vigna e in cantina è rispetto della materia prima, facendo convivere in armonia tradizione e innovazioni tecnologiche. Sono orgogliosi di farlo proprio attraverso i vitigni siciliani Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Nocera e alcuni altri dai nomi particolari: Core ‘e Palumba, Acitana, Galatena. «Nulla aggiungiamo e nulla togliamo a ciò che la natura ci dà, noi siamo semplicemente i traghettatori di un’essenza che partendo dalla terra e attraversando la vite si esprime nell’uva».
Enza La Fauci Messina
“Sicilia,
donne punto di forza”, di Manuela Laiacona,
in Cronache di Gusto- Giornale online di enogastronomia, 3 aprile 2009

La seconda giornata del Vinitaly si tinge di rosa. Al padiglione Sicilia le donne del vino siciliano sono state protagoniste di una conferenza dedicata a ciò che è stata definita "quella marcia in più, prerogativa femminile che sta decretando la prosperità della produzione vitivinicola dell'"Isola". Ad intervenire le rappresentanti di una nutrita categoria di professioniste ed appassionate del vino, enologhe, imprenditrici, responsabili pubbliche relazioni: Marilena Barbera, titolare delle Cantine Barbera; Enza La Fauci, titolare della Cantina La Fauci; Lilly Fazio, titolare della Casa Vinicola Fazio; Mariangela Cambria, responsabile Pubbliche relazioni di Cottanera; Lorenza Scianna, enologa presso la Cantine Fondo Antico. Insieme testimoni di un modo di fare vino differente, innovativo e creativo.
Al centro del dibattito, infatti, è stato proprio il punto di vista di queste donne e la sensibilità con cui riescono a gestire ogni aspetto di questo mondo, dal campo alla cantina. Un approccio vocato alla ricerca della perfezione, dell'equilibrio, del bello. Ad encomiare il lato femminile di questo settore sono stati gli interventi di Giovanni La Via, assessore regionale Agricoltura e Foreste e Cosimo Gioia, dirigente generale del Dipartimento interventi infrastrutturali dell'assessorato. Secondo La Via "il processo di femminilizzazione che sta interessando il settore agroalimentare è un fenomeno importante che conferma le maggiori capacità gestionali, strategiche e comunicative delle donne, che le rende i soggetti più capaci di rispondere alle sfide globali che il comparto agricolo è chiamato ad affrontare". E come aggiunge Gioia, "le donne, ed in particolare quelle del vino, sono le portatrici di una nuova idea di Sicilia, un esempio di imprenditorialità nuovo e sicuramente positivo". Non è da imputare ad un fattore genetico e cromosomico il successo di queste donne, come conferma Barbera: "Siamo cresciute per gestire tutti gli aspetti della vita e soprattutto la complessità dei rapporti interpersonali. Ed in Sicilia noi donne abbiamo dovuto fare appello queste doti in modo particolare, per affrontare e confrontarci con un sostrato culturale, che in ambito professionale, non ha valorizzato il ruolo della donna". Audacia che ha portato Barbera a rivestire un ruolo dirigenziale e di guida di una nuova associazione:  è infatti presidente del Consorzio Italia Wine Alliance e presidente del Consiglio interprofessionale dei vini Doc e Igt di Agrigento.
La donna è quindi capace nel gioco di squadra come testimonia Lilly Fazio, delegata regionale dell'Associazione Le Donne del Vino. "La donna è diplomatica, ha la capacità di imporsi e di porgersi,  ha il temperamento ideale per risolvere le difficoltà, dimostrandosi punto di riferimento in un mondo che è sempre stato appannaggio dell'uomo".  Come sono le donne, oggi alla seconda generazione,  che da anni lavorano la terra nei vigneti delle tenute dell'azienda Cottanera, orgogliose di dedicare la propria vita alla vite.

Enza La Fauci Messina
“Interessanti novità siciliane in bottiglia al Vinitaly 2010”, di Luigi Salvo,
in Wine reality-wordpress.com 17-04-2010 e l’EspressoBlog 18-04-20010
Si è appena conclusa la 44ª edizione del Vinitaly esposizione sempre più grande ed articolata che ogni anno è l’occasione migliore per la presentazione di nuove bottiglie. Nel padiglione 2 dedicato alla Sicilia hanno trovato posto ben 260 aziende in una superficie espositiva rivisitata con un’inedita concezione degli spazi: all’ingresso due grandi corridoi dedicati alla Sicilia Occidentale e Orientale che immettevano nel grande padiglione nel quale le aziende sono state dislocate ricostruendo i 17 territori enologici siciliani, una logica dispositiva che ha permesso di degustare i vini in maniera sequenziale collegandoli alle aree locali di provenienza con possibilità di apprezzarne le singole differenze. Tante le novità presenti a quest’edizione, tra i tantissimi vini assaggiati mi sono particolarmente piaciuti: i nuovi vini da vitigni alloctoni dell’azienda marsalese Caruso e Minini, li ho testati insieme a Stefano Caruso anima infaticabile dell’azienda, dal territorio salemitano franco sabbioso argilloso nascono il Cusora Bianco ’09 da Chardonnay e Viognier dagli eleganti freschi profumi floreali e fruttati e dalla bocca di avvolgente persistenza ed il Cusora Rosso ’08 da Syrah e Merlot di gran piacevolezza con frutto e spezie al naso ed al palato, due internazionali di forte personalità. Nell’agro di Santa Ninfa in provincia di Trapani i fratelli Giacomo, Tiziana e Clemente Funaro da alcuni anni producono vini dall’ottimo rapporto qualità prezzo, l’ultimo nato è il Viveur vivace da Inzolia e Muller Thurgau, nel bicchiere è di fresca fragranza floreale e fruttata con piacevole beva di rotondità che invoglia al nuovo assaggio, Giacomo mi racconta.”Questo nuovo vino fresco e brioso nasce dall’esigenza di presentare un prodotto adatto ad un pubblico giovane allo scopo di accostare al buon bere fasce più ampie di consumatori, il nome Viveur è esplicativo della complicità e della piacevolezza di questo bianco appena frizzante”. Firriato azienda di Paceco (Tp) propone i suoi nuovi vini dell’Etna dalla tenuta Cavanera posta sul versante Nord Est nel territorio di Castiglione di Sicilia, si tratta dell’Etna Bianco Doc Cavanera Ripa di Scorciavacca ’09 da uve Carricante e Catarratto, dal bel naso floreale e fruttato arricchito da note minerali e dalla bocca di bella personalità acido sapida, e dell’Etna Rosso Doc Cavanera Rovo delle Coturnie ’08 da uve Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, dall’olfatto pieno di marasca, mora e gran speziatura e dalla gustativa avvolgente fresca e minerale. Tra i vitigni autoctoni il Grillo è quello che negli ultimi cinque anni ha aumentato la sua superficie vitata, addirittura raddoppiandola. Nel comprensorio trapanese dai terreni dell’azienda Ottoventi di Valderice nasce il Grillo ’09 rappresentativo dell’eccellente qualità raggiunta in bottiglia da questo vitigno autoctono diffuso in modo particolare nella Sicilia Occidentale. Incontro Tonino Guzzo, l’enologo che lo ha creato e che riesce a donare sempre vini di gran livello, all’interno dell’area eventi dell’Istituto regionale Vite e Vino dove ho condotto un tasting proprio su questo vitigno, mi invita ad assaggiare questo vino presso lo stand Ottoventi, lo trovo intenso sia al naso che in bocca, con sentori di ginestra, di pera, note agrumate, speziate e minerali. In bocca è pieno e di lunga persistenza aromatica intensa. Novità particolare è la DOC Faro Oblì ’08 Tenuta Enza La Fauci, proveniente da un piccolo vigneto di contrada Mezzana vicino Capo Peloro in provincia di Messina, condotto con grande cura e passione, le uve autoctone sono il Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio, il Nocera ed il Nero d’Avola. Il vino che ha fatto barriques nuove ed usate per circa un anno, ha accattivante naso pieno di note frutatte di marasca, lampone, cilegia con spezie balsamiche, bella la beva di freschezza e mineralità con tannini di stoffa, importante il ritorno delle sensazioni olfattive nella persistenza.
Enza La Fauci Messina
Cronache di gusto anno 4° n° 161 del 15-05-2010 DAL VINITALY/L’AZIENDA
Enza La Fauci presenta il suo Oblì, un Faro Doc a cui la produttrice è molto legata: “Questo è il vino che ho sempre sognato di realizzare"
Il cuore in bottiglia di Laura di Trapani, in Cronache di Gusto-Giornale online di enogastronomia ,anno 4° n°161 del 15-05-2010.
A volte i vini non nascono dalla vigna ma dal cuore di chi li produce. Nella bottiglia non c’è solo il sacrificio di una vendemmia, ma anche il desiderio, la passione di chi ha fatto in modo che quel prodotto potesse essere realizzato. Oblì di Enza La Fauci è uno di quei vini. Nato dall’ardente passione di un’altrettanto ardente donna, è il frutto di un lavoro che dura da anni e che oggi è divenuto realtà. “Sono profondamente soddisfatta di questo vino, perchè credo che mi rappresenti”, racconta la produttrice. “E’ quanto speravo di raggiungere cominciando a fare questo lavoro. Sapevo già quando ho iniziato che volevo produrre questo vino”. Oblì è un Faro Doc, nato da un 60% di Nerello Mascalese, un 15% di Nocera, un 20% di Nerello Cappucio ed una percentuale minima di Nero d’Avola. La macerazione avviene sulle bucce ed in assenza di lieviti, mentre la maturazione in barriques dura circa dodici mesi, infine l’affinamento in bottiglia è di 6 – 9 mesi. Un vino che si racconta da solo, al primo sorso, in cui spicca tutto il territorio circostante. “Merito del Nerello Mascalese - spiega Enza La Fauci - che sa assorbire come una spugna tutto ciò che ha intorno”. Ed è proprio per questo che Oblì parla di salsedine iodica del mare, di mineralità, del vento caldo che accarezza le vigne in estate. Un Mascalese che per una volta parla messinese, e non il dialetto etneo. Contrada Mezzana, a due passi da Capo Peloro, qui sorgono i pochi ettari di produzione della tenuta, su terreni mai coltivati prima d’ora. Ecco perchè la macchia mediterranea è evidente nei vini di Enza La Fauci, che ha fortemente voluto questa vigna e che si è costruita da sola a dispetto di chiunque. Tutto è magia in questo luogo, perfino il terreno, che si fregia di una brillantezza unica, dovuta alla presenza di una particolare pietra, la mica dorata, molto simile all’ardesia. La produzione avviene interamente seguendo i principi della naturalezza e non del biologico, come spiega la proprietaria stessa. “Credo nel concetto di terroir, che è ben diverso dal territorio. Io penso che tutto ciò che gira intorno alla vigna, compreso l’uomo, venga percepito dalle piante e contribuisca al successo del prodotto”. Oblì è un vino da bere lasciandosi trasportare dalle evocazioni dei suoi profumi. Brevi scorci di un territorio sorprendente. Fascino, natura e bellezza sono le parole d’accesso, il resto si racconta da sè.